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Ricordiamo i loro nomi, riconosciamo la violenza

++ RICORDIAMO I LORO NOMI, RICONOSCIAMO LA VIOLENZA ++

Sabato 12 settembre 2020, Maria Paola Gaglione è stata uccisa dal fratello Michele, prodotto di una cultura eterocispatriarcale e di una mascolinità tossica che non accetta che le donne siano libere di essere loro stesse e libere di scegliere i loro legami. Egli, infatti, non accettava la relazione tra lei e il compagno, Ciro Migliore, un ragazzo trans* utilizzato come capro espiatorio per giustificare e legittimare la violenza commessa.
Quello di Maria Paola è un femminicidio, ed esso racchiude in sé una triplice forma di violenza: misogina, transfobica e – considerando il mancato riconoscimento del genere del ragazzo trans* da parte dell’aggressore e reiterato da alcune testate giornalistiche – anche lesbofoba.
 
Vogliamo che le persone e i loro legami vengano chiamati con il loro nome e che forme di violenza ed oppressione specifiche vengano nominate.
 
Il modo in cui i media hanno riportato e narrato questa violenza dimostra che la quasi totalità del giornalismo italiano non vuole dotarsi e, di conseguenza, dotare chi legge, di strumenti culturali e linguistici in grado di restituire dignità e rispetto a noi persone trans e alle persone con cui siamo in relazione.
 
In quanto persone trans dobbiamo continuamente far fronte al mancato riconoscimento del nostro genere (misgendering) e subire outing forzati tramite i principali mezzi di comunicazione, sui quali non solo viene rivelata la nostra identità trans senza il nostro consenso ma vengono anche utilizzati il genere e il nome che ci sono stati assegnati alla nascita (il cosiddetto “deadname”).
 
Quando non ci invisibilizzano, mettendo in discussione il fatto che siamo “davvero” trans, ci oggettificano e ci deumanizzano. Come nel caso di Ciro, la cui identità di genere è stata misconosciuta da alcuni giornalisti perché in una fase ancora “iniziale” del proprio percorso di transizione. Altri non hanno nemmeno nominato il suo nome parlando piuttosto di lui come “un trans” o peggio ancora “una trans”. Come se la nostra identità di genere fosse l’unica cosa importante da dire su di noi, come se chiunque al di fuori di noi potesse arrogarsi il potere di definire quale sia il nostro “vero” genere e chi dovremmo essere, calpestando la nostra autodeterminazione non utilizzando i pronomi corretti.
 
Non vogliamo più niente di tutto questo.
 
Vogliamo poter essere liber* di vivere, di rivendicare i nostri corpi e riappropriarci delle nostre identità.
 
Vogliamo un cambiamento culturale profondo e diffuso che metta in prima linea le voci delle minoranze e delle persone appartenenti a gruppi tradizionalmente oppressi.
 
Vogliamo una legge che ci tuteli dalla misoginia e dall’omolesbobitransfobia dilaganti.
 
Presa di parola deldi Arcigay Gioconda
 

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